giovedì 31 maggio 2007

Se non me sono andato è solo per dispetto

Marco, Daniele, Malvino (v. anche) e soprattutto JimMomo. L’ultimo intervento nel forum è di Luigi Castaldi che, come argomento a sfavore, cita Giuliano Ferrara:

"Io sto con Pannella, perinde ac cadaver. Perché Capezzone è troppo laicista per i miei gusti. Perché tra cinque anni vorrebbe mandarmi in pensione e prendere il mio posto. Perché Pannella mi è maestro nell’amministrazione di un culto. Perché è Marco"
Il Foglio, 31.5.2007 (in risposta ad una lettera di Massimo Teodori)
Sempre più, liberale e radicale diventano cose diverse: può accadere di avere in comune delle proposte politiche ma l’afflato filosofico è tutt’altro. Già all’ultimo Congresso il segretario uscente snocciolava pragmatismo e centralità dell’individuo più che religiosità laica, come se quel partito avesse ancora qualcosa a che fare con lui.

Desidero anche dire subito qualcosa (ci tengo) rispetto alla radizionale accusa che ci viene mossa di “laicismo” e di “relativismo” (tra parentesi: se “relativismo” non piace a qualcuno, è forse gradito e auspicabile il suo opposto, cioè l’”assolutismo”?).

Un intellettuale originale e coraggioso come Alain Finkielkraut non smette di ricordarci che una società libera non è un “accumulo di diritti” (diritto a questo, diritto a quello...). Già la Costituzione italiana è negativamente gravata da questa impostazione, sul piano economico-sociale (diritto alla casa, diritto al lavoro, ecc: tanto più solennemente proclamati, quanto più difficilmente realizzati, peraltro): e non sarebbe un buon affare per nessuno trasferire questo “metodo” anche in altri ambiti.

E infatti, per noi radicali l’impostazione è opposta. Noi non chiediamo necessariamente una norma in più, ma -più spesso- una norma in meno. Non chiediamo un diritto in più, ma una facoltà in più. Non chiediamo un intervento in più dello Stato, ma un intervento in meno. Il secolo appena trascorso è stato caratterizzato dall’impronunciabilità della parola “individuo”: ed era sempre un’entità collettiva (la Famiglia, il Sindacato, il Partito, la Chiesa, lo Stato: tutti minacciosamente maiuscoli) a dire l’ultima parola. Ora, è venuto il momento di immaginare un nuovo spartiacque politico rispetto alle tradizionali categorie della “destra” e della “sinistra” (per tanti versi, attrezzi ormai inadeguati): e la distinzione è tra chi (in economia come sul fronte delle scelte personali) vuole allargare e chi -invece- vuole restringere la sfera della decisione individuale e privata rispetto alla sfera delle decisioni pubbliche e collettive.
Daniele Capezzone, relazione al V Congresso di Radicali Italiani

Cfr. Ci siamo quasi, Marco.

venerdì 25 maggio 2007

Vittime di noi stessi e di una mentalità deleteria

Nessuno con cui competere, nessun cliente da soddisfare, nessun capo cui fare buona impressione per ottenere una promozione. Al massimo puoi dare una soddisfazione ai tuoi genitori, ma dopo i diciotto anni dovrebbero essere altri i tuoi referenti, altri i soggetti cui rendere conto. Questa è stata l’esperienza universitaria mia e sicuramente di altre persone. Per l’Università il rendimento degli studenti non fa alcuna differenza mentre per un’azienda, così come per un ente privato senza scopo di lucro, la performance delle persone dovrebbe essere cruciale (se non si vive quasi del tutto di aiuti pubblici).

So cosa vuol dire non superare - e in qualche caso neanche sostenere - esami per due o più anni consecutivi. So cosa vuol dire iniziare a seguire un corso, abbandonarlo dopo poche lezioni, rifarsi vivo ogni tanto. Sono iscritto da troppi anni ad una delle più antiche e prestigiose università pubbliche d’Italia, la quale non si è mai fatta viva se non per chiedere le tasse, malgrado disponesse di dati oggettivi per comprendere che uno studente così e una carriera universitaria del genere non sono utili a nessuno. Non una comunicazione ho ricevuto in cui l’università preannunciasse la possibilità seria di prendere dei provvedimenti nei miei confronti. Non una volta in tanti anni sono stato convocato a rendere conto di quel che stavo facendo. Dispongono - c’è da scommettere anche su questo - di un software che sarebbe capace di stampare un bollettino con la causale: iscrizione al centoventinovesimo anno fuori corso. Perché, sì, gli anni di iscrizione sono scritti in lettere. Siamo una civiltà umanista e benevola e gli standard di qualità sono una cosa troppo disumana per la nostra cultura.

Da adulti si dovrebbe capire che «competere» non è una parolaccia. Da bambino ero il primo della classe, e me ne vergognavo. Mi fu offerta la possibilità di saltare degli anni scolastici, perché secondo una certa corrente di pensiero le eccellenze vanno premiate e i bambini particolarmente precoci meritano un percorso educativo dedicato. Prevalse però la scuola opposta, secondo la quale essere migliori degli altri è poco etico e psicologicamente dannoso. Meglio diventare pigri e demotivati che correre il rischio di diventare arroganti e perfezionisti. Al liceo partecipai con riluttanza alle Olimpiadi di Matematica ma malgrado il mio impegno non riuscii a non essere il primo di tutta la scuola. Riuscii però a non essere fra i primi della Regione, scampando così al pericolo di mettermi in luce passando ad una selezione successiva. Mi diplomai col massimo dei voti ma rifiutai di andare a ritirare una targa premio che, a livello locale, veniva destinata agli studenti migliori, forse perché mi reputavo un ragazzo troppo sensibile per questo genere di cose, e ancora non capivo che il mio intento di non essere più il primo della classe si sarebbe realizzato fin troppo bene negli anni a venire.

mercoledì 16 maggio 2007

Semplicemente, si estende


La legge sul divorzio - e la sua difesa, con la vittoria dei No al referendum di trent’anni fa - è stata il frutto di una intensa, appassionata ma ragionevolissima lotta politica e meriterebbe di essere ricordata per la sua importanza in sé. Invece lo scopo principale della giornata dell’orgoglio laico pare sia stato contrapporsi al Family Day. E lo scopo del Family Day sembra essere stato quello di contrapporsi alla legge sui Di.co. Dunque, anziché ricordare una importante vittoria civile, si è preferito essere gli oppositori degli oppositori di qualcosa di insignificante.

Non ho nulla contro Andrea Rivera, ma non so chi sia, né cosa faccia nella vita. So benissimo invece chi sia stato e cosa abbia fatto Paolo Pietrosanti, ma egli è molto meno famoso malgrado questo suo podcast di un anno fa sia attualissimo in questi giorni. Già, che fine ha fatto Paolo Pietrosanti? Se cominciassi, o ricominciassi, a fare politica, partirei dalla sua “ricerca”. E tanto aveva inquadrato bene il problema che, riascoltandolo, non mi pare che sia passato un anno ma appena un secondo. Oggi è divertente vedere Roberto Castelli che dà lezioni di politica a Enrico Boselli e a Barbara Pollastrini. Le coppie eterosessuali, dopo tutto, possono ricorrere al matrimonio civile, mentre solo alle coppie di persone dello stesso sesso è negato tassativamente il sistema di diritti e di doveri che definisce questo negozio giuridico. Non con un matrimonio di second’ordine si risponde ad una discriminazione ma, semplicemente, emendando il Codice Civile ed estendendo alle coppie omosessuali quei diritti e quei doveri che finora sono stati una prerogativa delle persone di sesso diverso. Non che Castelli abbia proposto il matrimonio gay, intendiamoci, ed è probabile che le sue osservazioni fossero del tutto strumentali al gioco delle parti politiche. Ma è molto interessante che un ex ministro leghista si avvicini alle tesi di uno storico militante radicale assai più che il segretario di quella che doveva essere la parte più consistente dell’ircocervo radical socialista.

Non capisco perché i radicali si ostinino a bussare alla porta dei socialisti, quasi col cappello in mano, anziché essere fieri di essere il partito di Paolo Pietrosanti. Non capisco perché i socialisti si ostinino a bussare alla porta dell’ex PCI, sempre col cappello in mano, anziché essere fieri di essere stati per settant’anni la parte della sinistra cui la storia ha dato ragione - e non c’è bisogno di scomodare l’Unione Sovietica: basta ricordare la differenza fra chi espulse Pier Paolo Pasolini per omosessualità e chi, invece, portò in Parlamento Loris Fortuna. Rosa nel Pugno? Partito Democratico? Non sarebbe più chiara, semplice, e in un certo senso onesta per tutti una politica in cui si fronteggino, semplicemente, un Partito Socialista, un Partito Conservatore e, al più, un Partito Liberale? In cui il “partito dei laici”, semplicemente, non esiste perché la laicità è un minimo comune denominatore di tutta la democrazia? In cui “cattolica” è, semplicemente, una confessione? In cui “comunista”, così come “fascista”, son tutti termini che appartengono alla storia del secolo scorso?

Esiste una via concreta e sperimentata per arrivare a tutto questo, si chiama sistema maggioritario, quello che sto descrivendo è a grandi linee il sistema politico britannico - e in forme più o meno annacquate il quadro dei partiti politici nella maggior parte dell’Europa occidentale. In Italia qualcosa si stava muovendo, poi è arrivata la Restaurazione. E non capisco perché, non dico Daniele Capezzone o Michele Ainis, ma Mario Segni in persona bussi oggi alla porta di Giovanni Guzzetta, non saprei dire se col cappello in mano o meno, per essere il numero due del comitato per un referendum che non vale neanche la metà di quello che lui e non so quanti milioni di altri italiani hanno già vinto nel 1993. Nel secolo scorso, appunto. Se saranno raccolte le firme necessarie, qualunque sarà l’esito, si legittimerà col voto popolare il sistema proporzionale; facendo sembrare che, per volontà degli elettori e nella migliore delle ipotesi, questo sistema al massimo necessita un ritocchino. L’unica proposta appena significativa è l’impossibilità di candidarsi in più di un collegio. Non basta di certo, ma anche qui l’idea più interessante è proprio la più semplice e la più secca.

domenica 13 maggio 2007

Scienza e Tecnica come fossero Boldi e De Sica; i comici si sono separati ma Gianni Vattimo e Susanna Tamaro restano una coppia di fatto


Tecnica e tecnologia derivano da un termine greco che significa arte. Dunque l’idea di porre scienza e tecnica dal lato di una surreale barricata, da contrapporre alla creatività artistica sul lato opposto, è solo una colossale sciocchezza romantica. Non per niente, e se non ricordiamo male, quella dei romantici era l’epoca dei grandi progressi della scienza deterministica, che fecero dire a Laplace che se disponessimo di dati a sufficienza potremmo prevedere con la matematica il destino del mondo.

La feroce sicumera del meccanicismo, il telaio a vapore e lo sfruttamento delle classi lavoratrici: cosa si può immaginare di più odioso? La maggior parte dei miei colleghi e docenti ancora si sente in colpa e oggi si mobilita contro gli organismi geneticamente modificati più che contro l’atomica di Teheran. I più colti vedono in Ludwig Boltzmann un martire storico (mentre i più ignoranti si ostinano a considerare Albert Einstein un personaggio rivoluzionario dimenticando che è stato in assoluto il più ottocentesco fra gli scienziati del ventesimo secolo: un genio assoluto che ha intuito il significato fisico della matematica di trenta, quaranta o cinquant’anni prima. Ma i grandi fisici teorici sono anche quelli che la matematica la anticipano. Come Newton. O Dirac).

I greci, che certo conosciamo in modo superficiale, sapevano almeno dare un nome alle cose anziché usare il linguaggio per gettare fumo negli occhî. Per estensione, sappiamo che nell’antichità si studiava retorica con insegnamenti dedicati, e non era affatto un insulto. Ogni volta che vogliamo classificare qualcosa in modo onesto è una buona idea ricordarsi del suo significato originario. I greci, se mai, distinguevano bene fra επιστήμη e τέχνη anziché parlare in continuazione di scienza e tecnica come se fossero una cosa sola.

Per inciso, il software proprietario e le specifiche hardware trattate come segreti industriali hanno spinto alcuni tecnici (nel senso di arte, artigianato e tecnologia dell’informazione: parlo degli sviluppatori di driver e sistemi open source) a improvvisarsi scienziati e filosofi naturali. Si chiama reverse engineering, attività utilissima e spesso indispensabile ma che in questo caso accresce la nostra confusione: vale a dire che far funzionare certi modem interni con Linux è un po’ come svelare il segreto dell’origine della vita o stanare sperimentalmente il bosone di Higgs.