giovedì 2 agosto 2007

Dishonoris causa

Sono convinto che Fabio Mussi abbia bloccato le lauree ad honorem perché crede nel valore di tale istituto. Ma attorno a me, anche molto vicino, vedo un consenso crasso che sembra metterne in discussione la stessa legittimità, più che il suo abuso. Una laurea ad honorem, quando l’onore c’è, non vale meno di una laurea, chiamiamola così, ortodossa. È un istituto antico che ha la sua profonda ragione d’essere. E la ragione d’essere è che il titolo universitario sarebbe altrimenti un mero atto notarile, nel quale si attesta niente di più e niente di meno che il fatto d’aver seguito dei corsi e superato degli esami, ivi compresa la stesura e la discussione di un elaborato finale. L’esistenza della laurea honoris causa serve a dare lustro a tutte le altre, e quelli che «si sono fatti il culo sui libri» - come se la cosa fosse un merito di per sé - dovrebbero essere i primi a rendersene conto.
Tutta la questione indirettamente mi tocca di persona e non pretendo di essere una voce obiettiva. La questione allargata riguarda tutte quelle persone che lavorano o cercano di lavorare in un ambito per il quale non sarebbero accademicamente titolate. Carlo Azeglio Ciampi, che ha governato la Banca d’Italia con una laurea in Lettere, è un imbroglione? Un usurpatore, un peracottaro, un rubamestiere? E Antonio Fazio? Lui la laurea in Economia ce l’ha e, per contrapposizione, dovremmo chiamarla dishonoris causa, per i motivi che sappiamo ma soprattutto perché è stata conseguita in modo normalissimo, con esami di profitto, tesi e tutto il resto.